Fabio De Felice nasce nel 1976 a Bari, città dove, durante gli studi artistici, conosce e frequenta i maestri di pittura Franco D’Ingeo e Renato Nosek. Trasferitosi a Milano nel 1999, si dedica professionalmente ai settori della moda, design e illustrazione. Ha collaborato per Textile View Magazine, Rodeo, View on Color, Eyebook e Wu.
Dopo 20 anni di ricerca nell’ambito dell’immagine, nasce la sua visione della pittura, uno stile in cui i soggetti umani non sono riconoscibili dal volto. Nel 2020 produce le serie di dipinti Undefined portraits, Candid, Intimate e Secret witness, che hanno come caratteristica non tanto il soggetto ritratto, ma l’azione compiuta o negata dallo stesso.
“Il dire non detto” - Negazione rivelatoria nella pittura di Fabio De Felice
È un disinteresse per i grandi soggetti della pittura a conferire poesia allo stile di Fabio De Felice; l’artista lombardo, milanese d’adozione ma barese di nascita, ha impiegato 20 anni per cavar fuori dall’esercizio dell’esperienza una visione personale, metabolizzando e dimenticando l’insegnamento di Domenico Gnoli, e restando così sospeso nel vivace disinteresse per la cultura del proprio secolo, cui egli sa di appartenere quasi per casualità.
De Felice sceglie inquadrature decentrate per oggetti umani inseriti in azioni e paesaggi comuni, restituendo l’immagine rubata di una quotidianità istantanea, fugacemente riassunta in una tecnica solida, funzionale a una missione condotta con rigore ascetico: dichiarare il non detto più e meglio di altri. L’affermazione di ritratti in cui il viso è assente vivifica, più che un semplice mistero, una dichiarazione di urbana spiritualità, là dove il silenzio, per accogliere la dimensione divina, si fa spazio tra battaglie di adolescenti imberbi o pose annoiate, stanche di accogliere lo sguardo malizioso di chi, osservando, esercita il diritto a desiderare l’oggetto rappresentato (e qui emerge, velata, l’influenza di Michael Kirkham). Ne scaturisce un accrescimento partecipativo dello spettatore, costretto a immedesimarsi nelle persone dipinte da De Felice. Il pittore, di suo, lavora di dettagli per fare dei propri olio su tela elementi ibridi tra arte pura e un decorativismo di corpi e di storie; perfino la scelta dell’abbigliamento calzato da quei corpi non è fortuita, riportando, per essenzialità, al mondo del fashion grazie ai tagli sartoriali rimembranti lo stilista Martin Margiela.
E poi c’è il dubbio, faro nella notte delle certezze post-post-moderne, impiegato come mezzo per tenere a bada la tentazione di cristallizzarsi in una maniera che, se pur propria, azzopperebbe l’autonomia dell’artista che vuol testardamente continuare ad avvertirsi mutevole, precisamente vago. Un esempio esaustivo di tal modus operandi è la tela “I see you”, dalla serie del 2021 “Secret witness”: una donna, in primo piano, è resa irriconoscibile dalla luce alle sue spalle, divenendo così testimone anonimo di una filosofia che si sottrae al giogo dell’identità, un approccio del non riconoscimento tutt’altro che intellettualizzato ma, semmai, vibrante di una normalità impossibile da guardare negli occhi.
Filippo Bordignon